"…aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza…" (2Pietro 1:5)

Gesù di Nazaret chi è?

“Gesù di Nazaret chi è?”

 (di Arthur Wallis)

Il fatto storico che  << Gesù di Nazaret >> sia realmente esistito, determinando con ciò l’ inizio dell’era Cristiana, è argomento assolutamente fuori discussione; lo attestano tanto coloro che credettero in lui, come coloro che non vi credettero.

Che concetto dobbiamo farci di questo personaggio storico e delle grandi affermazioni che egli fece?

 Le idee al riguardo possono essere tre: o egli fu un bugiardo, che si autodefinì ciò che non era; o era un povero illuso, cioè una persona sincera ma squilibrata, afflitta da allucinazioni; oppure era un uomo le cui parole e le cui affermazioni erano pura verità.

Alcuni giudei del suo tempo lo accusarono di essere un bugiardo (Giovanni 7:12). 

Credete davvero che tale fù il carattere dell’autore del discorso sul monte?

 Credete davvero che l’ influenza che egli ha esercitato sul mondo sia stata l’ influenza di un bugiardo?

 Altri lo accusarono di essere un deluso, un fissato, un pazzo  (Giovanni 7:20).

Credete che l’influenza di Gesù sul mondo sia stata l’ influenza di un uomo dalla mente sconvolta?

Credete che un uomo simile avrebbe potuto parlare in modo tale che <<le folle stupivano al suo insegnamento, rispondere ai suoi oppositori in maniera tale da ridurli a non sapere più cosa ribattere, costringere i suoi nemici a dire: “Mai nessuno parlò  come quest’ uomo?”>> (Giovanni 7:46).

Se dunque noi mettiamo da parte questi due primi punti di vista, non ne rimane più che uno solo, e dobbiamo forzatamente concludere che egli era sincero e non annunziò altro che la pura verità, cosa che del resto appare confermata dall’ influenza che egli ha esercitato sull’ umanità.

 L’ unico resoconto originale dell’ esistenza di Cristo e del suo insegnamento ci viene fornito dal Nuovo Testamento, andiamo ad esaminare ciò che la Bibbia (la parola di Dio),  dice intorno a Gesù.

Premesso dunque che le dichiarazioni sulla persona di Gesù, fatte da lui stesso o dalla Scrittura, sono vere, come dobbiamo interpretarle?  Affermò effettivamente Gesù di essere Dio manifestato in carne, come tutta la Cristianità ha sempre creduto?  Oppure non sarebbe più aderente alla realtà dei fatti affermare che egli fù un <<inviato speciale>>di Dio, ma non Dio stesso?

 Era egli veramente la seconda persona non-creata dalla Deità eterna, oppure fu semplicemente il più alto degli esseri creati quidi anche egli creato, non uguale ma inferiore a Dio, sebbene occupasse con lui una posizione altissima?<< Ma è poi tanto importante?>>  qualcuno può obiettare.  <<E’  proprio il caso di perderci intorno a cavilli teologici, o di spaccare un capello in quattro per dei sofismi dottrinali?>>. 

Eppure la risposta a tali interrogativi è di importanza fondamentale.  Se Gesù è Dio, allora dobbiamo rendergli il culto dovuto a Dio: rinnegare lui è insultare la Deità .

 Se invece Gesù non è Dio, adorarlo, come egli è stato adorato, è bestemmia e idolatria, per quanto alta possa essere  la sua posizione di creatura creata.

 Se Gesù è Dio, egli è un essere infinito, e tra Lui e la più alta delle creature c’è un abisso di dimensioni infinite.

 Se invece Gesù non è Dio, non ha alcuna importanza che Egli sia una creatura altissima: quell’ identico abisso infinito esisterebbe questa volta tra lui e Dio.

Il Problema

Una domanda come questa sorge facilmente, specialmente quando troviamo persone le quali, pur affermando di basare la loro fede sulla Bibbia e credendo che essa sia la parola di Dio, hanno tuttavia pareri discordanti per quanto riguarda la figura centrale che la Bibbia presenta, cioè Gesù di Nazaret.

Gesù affermò chiaramente di essere il Figliuolo di Dio, e la Scrittura avalla tale affermazione. Ma che cosa davvero significa quest’espressione?

Alcuni sostengono che simili parole equivalgono esattamente a ciò che esse dicono, ossia che Gesù è effettivamente il Figliuolo di Dio, appartiene alla Deità, è uguale al Padre; insomma quando Gesù dice di essere il Figliuolo di Dio, Egli rivela senza alcun dubbio possibile la sua origine, la sua provenienza e le sue caratteristiche divine.

 Altri invece non pensano nello stesso modo. Costoro si valgono della dichiarazione che anche gli angeli sono chiamati figliuoli di Dio (Giobbe 1:6) pur non essendo divini; anche i credenti possono essere chiamati figliu0li di Dio (Romani 8:14) sebbene nessuno pensi di considerarli come Dio.

 Alcuni ci rimandano alla straordinaria affermazione di Gesù: <<Io e il Padre siamo uno>> (Giovanni 10:30), e dicono: <<Cosa significano parole del genere se non una dichiarazione di uguaglianza con Dio?>>.

Ma altri replicano subito che quell’ affermazione implica soltanto una speciale armonia di Gesù con il Padre, fondandosi sul passo di Giovanni 17:21 (che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te…) e ricordandoci che una volta Gesù ha dichiarato: <<Il Padre è maggiore di me>> (Giovanni 14:28).

Da una parte si sostiene che Gesù proclamò di essere eterno e di non essere stato creato ma di esistere da sempre, come farebbero supporre le sue parole: <<Prima che Abramo fosse nato, Io sono>> (Giovanni 8:58); dall’ altra parte troviamo quanti ci assicurano che egli è il primo degli esseri creati da Dio, e si appoggiano sulla definizione che Gesù dà di se stesso quando dice di essere <<il principio della creazione di Dio>> (Apocalisse 3:14).

Và da sè che questi due punti di vista si escludono a vicenda, non potendo risultare entrambi esatti.

Non ci possono essere dei gradi successivi di divinità: o Gesù è Dio oppure non lo è.

 Dal momento che ambedue le parti si appoggiano a citazioni bibliche, quale sarà l’ interpretazione giustà?

 Il fatto che possano esistere dei punti di vista così diametralmente opposti, ci insegna una volta di più quanto la mente umana sia facile all’ errore e alla superficialità nell’ interpretazione della rivelazione divina; e ci insegna altresì ad appellarci all’ Autore Divino e a dipendere veramente dal Suo Spirito perchè Egli stesso sia il nostro interprete.

 Mentre ci apprestiamo a stabilire se Gesù è Dio o se non lo è, sarà necessario predisporci con ogni cura dentro di noi a tre atteggiamenti:

 In primo luogo è indispensabile avere una mente aperta e sincera, desiderosa di lasciarsi convincere dalla verità secondo quanto Gesù stesso ha detto. <<Se uno vuol fare la Sua volontà, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se Io parlo di mio>> (Giovanni 7:17).

In secondo luogo dobbiamo tenere presente che per interpretare esattamente un passo dalla Scrittura, esso va esaminato alla luce del suo contesto e alla luce di altri passi che trattino dello stesso argomento; perchè se trascuriamo questa elementare precauzione, possiamo far dire alla Bibbia tutto ciò che vogliamo.

Infine, prima di investigare la Parola di Dio, accostiamoci con umiltà a Dio per chiederGli di illuminarci: <<Guidami nella Tua verità, e ammaestrami; perchè Tu sei l’ Iddio della mia salvezza>> (Salmo 25:5).

L’ Antico Testamento

La lettura dell’Antico Testamento ha lo scopo di prepararci a leggere il Nuovo.

Nell’ Antico si adombra ciò che nel Nuovo troveremo in piena luce.

 Nell’ Antico il seme è minuscolo, nascosto, circonfuso di mistero però c’è, e questo in modo particolare per quanto riguarda Gesù di Nazaret. Fu durante la famosa passeggiata verso Emmaus che, <<cominciando da Mosè e da tutti i profeti, Egli (Gesù) spiegò loro in tutte le Scritture (dell’ Antico Testamento) le cose che lo concernevano>>. (Luca: 24:27).

 Mentre ci prepariamo a scoprire chi veramente egli sia, spetta all’ Antico Testamento indicarci la strada che conduce alla verità, e preparare la nostra mente a ricevere la piena rivelazione.

Ogni giudeo aveva imparato a sapere attraverso la Scrittura ebraica, che a nessun uomo era permesso guardare Dio. <<Tu  non puoi vedere la mia faccia; perchè l’uomo non mi può vedere e continuare a vivere>>. (Esodo: 32:20).

Il Nuovo Testamento ci dice la stessa cosa: <<Nessuno ha mai veduto Iddio>> (Giovanni: 1:18), <<il quale abita in una luce inaccessibile, e che nessun uomo ha veduto nè può vedere>> (1 Timoteo: 6:16).

 Sapendo questo, sorge allora spontaneo il desiderio di chiederci chi fu dunque colui che apparve ad Abramo come <<l’ Iddio della gloria>> (Atti: 7:2).

 Ad Agar nel deserto come<< l’ angelo di Dio>>, tanto che Agar disse: <<Tu sei un Dio che vede. Ho io mai visto colui che vide me?>>(Genesi: 16:13).

A Giacobbe (a Peniel) quando disse:<<Ho visto Dio faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata>> (Genesi: 32:30).

A Mosè nel pruno ardente come l’<<Io sono>>, tanto che Mosè <<si nascose il volto, perchè aveva paura di guardare Iddio>>(Esodo: 3:6).

 A Giosuè, vicino a Gerico, come <<il capo dell’ esercito dell’ Eterno>>, alle cui parole <<Giosuè cadde con la faccia a terra e si prostrò>> in adorazione (Giosuè: 5:14).

A Gedeone sotto la quercia di Ofra, al quale si manifesta prima come << l’angelo dell’ Eterno>>, poi semplicemente come <<l’ Eterno>> (Giudici: 6: 11,14).

A Manoah e sua moglie, genitori di Sansone, i quali, vedendo << l’ angelo dell’ Eterno>>, caddero con la faccia a terra, <<e Manoah disse a sua moglie: noi morremo sicuramente, perchè abbiamo veduto Dio>> (Giudici: 13: 20,22).

 Questi fatti dell’ Antico Testamento dovrebbero suggerire a un osservatore attento domande importanti.

E’ evidente che tutti costoro a cui apparve una manifestazione dell’ Eterno, venivano sopraffatti dalla paura perchè erano convinti di aver visto Dio, abbiamo visto che le loro parole sono esplicite in proposito, e la Scrittura le conferma, sebbene senza fornirne la spiegazione, alcuni credettero di dover morire, e si sorpresero di ritrovarsi ancora in vita, nonostante il loro sollievo nel vedersi risparmiati, continuarono a ritenersi sicuri di aver visto Dio; ed anzi la loro perplessità crebbe, in quanto si chiesero con sbalordimento come fosse stato per loro possibile vedere Dio e nello stesso tempo continuare a restare in vita.

D’altronde, se essi non videro Dio, perchè la Scrittura ci conduce a credere che lo videro?

E se invece effettivamente lo videro, come sostennero, perchè allora non morirono, secondo la chiarissima parola di Esodo 33: 20?

 Perchè la persona apparsa a Gedeone viene descritta dapprima come l’ angelo dell’ Eterno e in seguito come l’ Eterno stesso?

E ancora, perchè il vecchio patriarca Giacobbe nel riferirsi alla stessa persona, la definisce indifferentemente prima l’ angelo liberatore, poi Dio stesso, durante la benedizione dei figliuoli di Giuseppe? <<L’ Iddio davanti al quale camminarono i miei padri Abramo e Isacco, l’ Iddio che ha dato ogni cosa alla mia vita da quando sono nato fino a questo giorno, l’ angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli>> (Genesi: 48:15,16).

 Perchè quest’angelo ordinò a Mosè e Giosuè di togliersi le scarpe ai piedi? Perchè si lasciò adorare (Giosuè: 5:14), quando sappiamo invece che l’apostolo Giovanni non potè fare una cosa simile?

 Giovanni cadde in ginocchio davanti all’ angelo per adorarlo, ma quello gli disse: <<Guardati dal farlo, perchè io sono soltanto uno come te; adora Iddio!>> (Apocalisse: 19:10).

L’ unica soluzione all’enigma di queste apparizioni di Dio nell’ Antico Testamento, sotto le sembianze di un angelo misterioso, è fornita dalla persona di Gesù, in quanto è lui che, essendo <<fin dal principio con Dio>> (Giovanni: 1:2), ne ha condiviso la gloria prima che l’ universo esistesse (Giovanni: 17:5).

Se questo angelo dall’ Eterno o angelo del patto era il Figliuolo di Dio, ci spieghiamo perchè nel Nuovo Testamento Gesù dichiari: <<Chi ha visto me ha visto il Padre>> (Giovanni: 14: 9).

 Il fatto poi che quest’angelo di Dio sia anche chiamato semplicemente Dio, ci induce a considerare se il nome Dio possa anche applicarsi al Figliuolo oltre che al Padre. Ciò spiegherebbe i numerosi passi dell’ Antico Testamento che parlano di Dio, dell’ Eterno o di Geova; mentre gli stessi passi, quando vengono citati nel Nuovo Testamento, si riferiscono direttamente a Cristo. Tale possibilità spiegherebbe anche un versetto come quello di Malachia 3:1 <<Il Signore, che voi cercate, entrerà nel suo tempio>>. Chi potrebbe essere questo Signore se non Dio? Ma il profeta continua: <<l’ Angelo del patto, che voi bramate>>.

 Si può quindi concludere che, sebbene nessun occhio umano si sia posato o si possa posare su Dio il Padre, però nella persona di Gesù, che è l’ immagine della sostanza divina, gli uomini hanno veramente veduti Dio.

La manifestazione dell’ amore di Dio

L’ amore di Dio per l’umanità si manifesta nel dono del suo Figliuolo per la nostra redenzione. <<Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo>> ( Giovanni 3:16), <<Dio mostra la grandezza del suo amore per noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi>> ( Romani 5:8).

I due passi citati ci danno la misura dell’ immensità dell’ amore di Dio, manifestatosi in colui che è <<il Suo dono ineffabile>> ( 2Corinzi 9:15).

Ci troviamo davanti a un amore che supera ogni conoscenza; altezze impossibili da raggiungere, profondità impossibili da sondare.

Come si può ancora pensare che questo dono smisurato che Dio ci ha fatto possa consistere soltanto in una creatura?

Quando Dio dice ad Abramo: <<Prendi il tuo unico figliolo, Isacco, colui che tu ami, e offrilo in olocausto>> ( Genesi 22:2), Dio adombra il sacrificio infinitamente più grande che un giorno Egli stesso avrebbe compiuto.

Dio non ha chiesto ad Abramo la semplice rinuncia a qualcosa che Abramo possedeva o aveva fatto, il che sarebbe stato un sacrificio di poco conto; ma gli chiedeva invece di sacrificare l’unico figlio, che Abramo amava teneramente, e che era una parte di lui stesso.

Dio chiedeva ad Abramo un sacrificio enormemente più grande, in vista della promessa: << E’ in Isacco che ti sarà chiamata una progenie>> ( Ebrei 11:18); e Abramo dimostra il suo amore verso Dio, ubbidendo senza discussione e mantenendo inalterata la sua fede.

Offrendo Isacco (Ebrei 11:17), Abramo offre se stesso: di più non poteva dare.

 Ma se Gesù fosse stato un essere creato, e se quindi non avesse condiviso la stessa divinità del Padre, così come Isacco condivideva l’umanità del proprio padre, non ci sarebbe nessuna differenza tra loro due; anzi, dovremmo ammirare molto più il sacrificio di Abramo sul monte Moriah che non quello di Dio sul monte Golgota, in quanto Abramo sacrificò il proprio figlio e quindi se stesso, mentre Dio non avrebbe sacrificato che una semplice creatura. Sarebbe dunque questo il modo di Dio di dimostrare <<il Suo amore>>? E ancora; se così fosse, come potrebbe essere vero che sulla croce Dio stava sacrificando se stesso; come potrebbe essere vero che Egli <<era in Cristo, riconciliando il mondo a sè >>? ( 2Corinzi 5:19).

Se Dio poteva creare un figlio perfetto e poi darlo per la redenzione dell’ umanità, non poteva nella Sua Onnipotenza crearne alti mille per rimpiazzarlo? Questo sarebbe dunque <<il grande amore di cui  Dio ci ha amati>>? ( Efesini 2:4). Quell’ amore di cui quello dell’uomo, come ad esempio Abramo, dovrebbe essere soltanto un debole riflesso?

La Parola era

Soltanto l’Eterno Dio è fuori dal tempo; invece tutti gli esseri creati, avendo un origine, appartengono alla sfera del tempo.

 Il tempo ha inizio nel momento in cui Dio sprigiona da sè la sua energia creatrice.

L’ inizio del tempo è espresso dalla frase:  << Nel principio era la Parola>>. (Giovanni 1:1).

Le parole che seguono questa dichiarazione iniziale indicano che << la Parola>> è il Figliuolo di Dio.

Come la mentalità di una persona resta oscura e sconosciuta fino a quando questa persona stessa non la rivela nei suoi pensieri, nello stesso modo l’Eterno e invisibile Iddio può essere conosciuto soltanto nel Suo Figliuolo, che è l’ espressione di Dio, la Parola di Dio.

L’ evangelo di Giovanni comincia con: << Nel principio la Parola era>>.

Non dice: <<Nel principio la Parola venne ad assumere forma>> oppure: << Nel principio la Parola fu creata>>.

 Eppure se questa fosse stata la verità, tali sarebbero state le espressioni che avrebbe dovuto usare.

 Dal momento che il libro della Genesi si apre con queste parole: << Nel principio Dio creò il cielo e la terra>>, perchè anche il libro di Giovanni non si apre con una dichiarazione press’a poco analoga, quale ad esempio: << Nel principio Dio creò la Parola ?>>

 Perche dice invece: <<Nel principio la Parola era?>>.

 Perchè, in sostanza, Giovanni dichiara che quando il tempo ebbe inizio, la Parola esisteva già? La risposta non può essere che una sola: la Parola era esistita da sempre.

E’ significativo il fatto che il Figliuolo non è chiamato una Parola, ma la Parola; la Scrittura indica il Figliuolo come l’unico mezzo mediante il quale Dio esprime se stesso.

Soltanto il Figliuolo è <<lo splendore della gloria di Dio e l’impronta della sua essenza>>. ( Ebrei 1:3). Dio ha creato il mondo, ( Giovanni 1:3), lo regge (Ebrei 1:3;  Colossesi 1:17), e lo libera dalla schiavitù del peccato ( Colossesi 1:14), attraverso l’attività della <<Parola>>.

Stando alla Scrittura, possiamo dire che Dio non s’ è mai manifestato se non mediante la Parola.

Si può quindi pensare a un tempo quando la Parola non c’ era?

A un tempo quando il Dio Eterno non aveva quindi nessuna possibilità di rivelarsi e manifestarsi?

Dobbiamo dunque credere che Dio fosse costretto a creare la Parola per potersi manifestare? Un pensiero del genere è assolutamente inverosimile.

 La dichiarazione con cui la Srittura si apre, <<Nel principio Dio>>, è quella stessa con cui si apre l’ evangelo di Giovanni: << Nel principio la Parola>>; e vuole prepararci ad accettare con piena tranquillità la grande affermazione che segue, come un fatto assodato e non come una teoria astratta: <<la Parola era Dio>> ( Giovanni 1:1).

Il Padre e il Figlio

Quando in un processo si prende in esame una testimonianza, spesso succede che le circostanze che emergono quasi per caso sono proprio quelle che dimostrano la verità con maggiore efficacia, proprio per il fatto che esse sono emerse senza intenzione, calcolo o preparazione alcuna. Lo stesso accade nelle Scritture per quanto riguarda il nostro tema.

Possiamo infatti trarre preziose indicazioni non soltanto dai famosi passi a carattere dottrinale, che sono così spesso oggetto di impegnative controversie, ma anche da tante allusioni le più casuali e apparentemente incidentali sparse un pò dovunque nelle Scritture.

Per esempio ci sono dei passi nei quali il nome del Figlio è legato a quello del Padre, in un modo tale che l’osservatore onesto non ha più alcun dubbio su come considerare la persona del Figliuolo. Guardiamo qualcuno di tali passi.

Gesù disse: <<Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui>> (Giovanni; 14:23).

Più avanti disse anche: <<Essi hanno odiato sia me che il Padre mio>> (Giovanni; 15:24).

 Nelle epistole di Paolo troviamo espressioni come queste: <<Grazia e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo>> (Romani ; 1:17).

 <<Dio nostro Padre, e il Signor nostro Gesù…>> ( 1Tessalonicesi: 3:11).

<<…Aspettando la beata speranza e l’apparizione del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù…>> (Tito; 2:13).

Infine nell’Apocalisse leggiamo: <<La salvezza appartiene all’Iddio nostro…, e all’Agnello>> ( Apocalisse; 7:10).

Questo è soltanto un piccolo repertorio tra i molti passi che si potrebbero citare, ma essi sono già sufficienti a determinare in noi la ferma convinzione che queste due persone stanno su uno stesso piano, e appartengono a un medesimo ordine di esseri, e come potremmo pensare diversamente, quando troviamo una quantità innumerevole di persone, di ogni razza e nazione sotto il cielo, rendere all’Agnello lo stesso omaggio e la stessa adorazione, che rendono all’Eterno Iddio?

 Che cosa dovremmo concludere se nella Scrittura noi trovassimo scritto: <<Grazia e pace da Dio nostro Padre e da Michele suo arcangelo?>>.

 Oppure: << La salvezza appartiene all’Iddio nostro, e all’angelo Gabriele?>>.

No, le Scritture sono chiare.

 Il personaggio che esse ci presentano unito al Padre, e che col Padre viene ad abitare in coloro che credono in Lui e Gli ubbidiscono, è Egli stesso la sorgente di grazia e di pace per i credenti; è Lui stesso che dirige il cammino dei suoi servitori, è Egli stesso l’oggetto della loro lode e del loro culto.

Potrebbe una persona simile essere soltanto uno spirito superiore? Oppure una specie di superarcangelo che, come tale, avrebbe pur sempre un inizio e una fine di esistenza soggetti alla volontà del proprio Creatore?

Cristo e lo Spirito

<<Chi ha diretto lo Spirito dell’Eterno?>>, chiede il profeta ( Isaia 7:10).

 Questa domanda è una di quelle che portano in sè la risposta: soltanto l’Eterno stesso ha diretto il Suo Spirito, come il rimanente del capitolo mette in rilievo.

Nessuno all’infuori di Dio poteva e potrebbe avere l’autorità di dirigere il Suo stesso Spirito.

Ma allora come si può conciliare questo fatto con le parole che Gesù ha pronunciato a proposito del consolatore, lo Spirito Santo: <<…il quale Io vi manderò dal Padre?>> ( Giovanni 15:26)

 e ancora, <<Se me ne vado, Io ve lo manderò?>> (Giovanni 16:7).

 E fu Gesù che soffiò sugli apostoli nella camera alta, dicendo, in anticipazione della Pentecoste: <<Ricevete lo Spirito Santo>> ( Giovanni 20:22).

In quel momento il gesto di Gesù era forse puramente simbolico; ma sarebbe stato un gesto ingannevole e illusorio qualora Gesù non avesse avuto veramente l’autorità di elargire lo Spirito di Dio.

E’ significativo che il passo di Isaia 40:13 possa anche venire tradotto così: <<Chi ha misurato lo Spirito dell’Eterno?>>

 Secondo Pietro, è stato Gesù a misurare lo Spirito dell’Eterno; nel giorno della Pentecoste: <<essendo Egli dunque (cioè Gesù) stato esaltato dalla destra di Dio, e avendo ricevuto dal Padre la promessa dello Spirito Santo, Egli (Gesù) ha sparso (o misurato) quello che ora vedete e udite>> ( Atti 2:33).

Per Pietro, ciò era il naturale compimento della promessa fatta da Gesù: << Io ve lo manderò>>.

 Anche Giovanni il Battista, il più grande dei profeti, confermava che era Gesù il dispensatore dello Spirito: << Io vi battezzo con acqua; ma viene Colui che è più forte di me, al quale io non son degno nemmeno di sciogliere il legaccio dei calzari; e sarà Lui che vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco>> ( Luca 3:16).

Ma se Dio soltanto ha la facoltà di disporre del Suo Spirito, come abbiamo visto; e se d’altra parte la Scrittura afferma che Gesù dispone liberamente dello Spirito di Dio, la conclusione non può essere che una sola: e cioè che Gesù è Dio.

A ulteriore conferma di tale conclusione, troviamo che lo Spirito di Dio che ispirò i profeti viene descritto da Pietro come << lo Spirito di Cristo che era in loro>> ( 1Pietro 1:11).

In altre parti del Nuovo Testamento lo Spirito di Dio viene definito in modi diversi, ma sempre legati al nome di Gesù:

<< lo Spirito del Suo Figliuolo>> ( Galati 4:6),

<< lo Spirito di Gesù Cristo>> ( Filippesi 1:19),

<< lo Spirito di Gesù>> ( Atti 16:7).

Dal momento dunque che il Nuovo Testamento rivela in maniera assai chiara che l’opera dello Spirito di Dio è a favore di Cristo, e che il Suo compito particolare è di rendere testimonianza a Cristo ( Giovanni 15:26),

glorificare Cristo, prendere le cose di Cristo ( Giovanni 16:14) e annunziarcele ( Giovanni 16:15), come può essere meno che Dio la Persona che non solo può disporre dello Spirito Santo, ma è anche l’oggetto centrale della Sua attività?

Cristo e la creazione

La Scrittura adopera un’espressione caratteristica quando vuole indicare l’intero universo, l’insieme di tutte le cose create, animate o inanimate.

 Essa dice: <<tutte le cose>>.

<< Ogni cosa è stata creata per mezzo di Lui>> ( Giovanni 1:3);

 << in Lui sono state create tutte le cose…ed Egli è avanti ogni cosa>> ( Colossesi 1:16-17).

Se Cristo fosse una comune creatura di Dio, come potrebbe al tempo stesso esistere prima di ogni cosa?

 Se Cristo fosse anch’Egli una delle cose create, come potrebbe ogni cosa essere stata creata per mezzo di Lui?

E’ interessante e importante infine notare che, per indicare l’esistenza eterna di Dio o di Gesù, la Scrittura usa il tempo presente.

Essa non dice infatti, ad esempio: << Egli esisteva già, prima che ci fossero le altre cose>>; ma dice: << Egli è, prima di ogni cosa>>.

Dallo stesso passo di Colossesi riportato prima, sappiamo che <<tutte le cose>> sono state create <<in Lui>>, <<per mezzo di Lui>>, e << in vista di Lui>>.

L’espressione << per mezzo di Lui>> indica che Gesù era l’esecutore della volontà del Padre nell’atto della creazione (Ebrei 1:2).

 Non bisogna però pensare che tali parole costituiscono in alcun modo un pretesto per sminuire la figura di Gesù. Svolgendo il ruolo di esecutore del Padre nel momento della creazione, Gesù non si riduce al rango di << un operaio qualsiasi, che compie un lavoro al semplice scopo di aumentare la gloria di un Maestro strepitosamente più in alto di Lui, di un Dio infinitamente superiore>>.

Anzi, dopo avere dichiarato che << tutte le cose sono state create per mezzo di Lui>> ( Colossesi 1:17), aggiunge subito: << e in vista di Lui>>, e cioè perchè Colui stesso che le ha create le possieda, ne disponga a Suo talento e piacimento, e alla Sua Gloria.

Senza alcun dubbio Dio è lo scopo ultimo e finale per cui tutte le cose e le creature sono state create, come afferma l’apostolo Paolo: << da Lui, per mezzo di Lui, e per Lui sono tutte le cose>> ( Romani 11:36).

 Inoltre in Colossesi 1:17 vediamo specificato che è Cristo lo scopo di tutte le cose create, e cioè che esse sono state create << in vista di Lui>>.

Come dunque possiamo altrimenti concludere se non che Cristo è Dio?

La Bibbia c’insegna che la creazione è esclusivamente opera di Dio, nella quale Egli rivela agli uomini la Sua Gloria e le Sue caratteristiche.

 <<Sono Io l’Eterno, e non ve n’è nessun altro; fuor di Me non c’è altro dio. Sono Io che formo la luce, che creo le tenebre, che faccio la pace, che creo l’avversità. Sono Io l’Eterno che fa tutte queste cose>> ( Isaia 45:5 e 7).

<< Le perfezioni invisibili di Lui (Dio), la Sua eterna potenza e divinità si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, attraverso le opere che Egli ha fatto>> ( Romani 1:20).

<<Temete Iddio e dateGli gloria…; adorate Colui che ha fatto il cielo e la terra e il mare e le fonti delle acque>> ( Apocalisse 14:7).

Se Dio avesse creato il mondo per mezzo di un essere inferiore il quale fosse stato a sua volta creato, come potrebbe la creazione essere quell’opera divina, che indica nell’Eterno il solo vero Dio, l’unico che si possa lodare e adorare, e che manifesta la Sua << eterna potenza e divinità>>, secondo quanto si legge nei versetti citati?

Se Cristo fosse semplicemente una delle tante creature di Dio, Dio concedendogli la sapienza e la potenza per creare tutte le cose dell’universo non avrebbe Egli stesso esposto il genere umano alla tentazione di adorare come Dio colui per mezzo del quale ogni cosa è stata creata?

In vero, se Gesù non è Dio, allora la crezione, anzichè condurre gli uomini alla conoscenza del vero Dio, li inviterebbe ad adorare e servire una creatura e non il Creatore (Romani 1:25).

Cristo Redentore

Tutto l’Antico Testamento è concorde nell’affermare che è prerogativa esclusiva di Dio salvare e redimere il Suo popolo.

Caratteristiche dell’ Antico Testamento sono infatti espressioni come queste:

 << Io sono l’Eterno; e fuori di me non c’è salvatore>> (Isaia 43:11); 

 << La salvezza appartiene all’Eterno>> ( Salmo 3:8).

<< Io, l’Eterno, sono il tuo Salvatore e Redentore>> ( Isaia 49:26). 

Nello stesso tempo i popoli pagani vengono rimproverati per la loro follia, che li portava a riporre la fede in dèi, che non potevano salvare  ( Isaia 44:17 e 45:20).

Il Nuovo Testamento ci presenta invece la persona di Gesù come il solo che possa offrire salvezza e redenzione, essendo Egli venuto nel mondo con lo scopo preciso  di liberare gli uomini dai loro peccati. E per ben due volte nel Nuovo Testamento Gesù viene chiamato << il Salvatore del mondo>> ( Giovanni 4:42 e 1Giovanni 4:14)

Se, dunque, l’Antico Testamento dichiara che non c’è salvatore all’ infuori di Dio; e se il Nuovo afferma che << il Salvatore del mondo>> è Gesù, l’unica conclusione possibile è quella di riconoscere che Gesù è Dio: l’Iddio Salvatore dell’Antico Testamento è il Cristo Salvatore del Nuovo.

Ciò è confermato da Isaia 44:6, << Così parla l’Eterno, re d’Israele e Suo Redentore, l’Eterno degli eserciti: Io sono il primo e l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio>>.

 Infatti questa definizione di Dio Redentore, << il primo e l’ultimo>>, è attribuita per tre volte a Gesù nel libro dell’Apocalisse ( Apocalisse 1:17, 2:8, 22:13).

Anche la meravigliosa profezia di Giobbe ci conferma che Gesù è Dio e Redentore.

Giobbe dice infatti: << Io so che il mio Redentore vive, e che alla fine si leverà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Iddio; lo vedrò con i miei occhi, non con quelli di un altro>> ( Giobbe 19: 25,27).

Due fatti di fondamentale importanza emergono da simili parole.

 Il primo è questo: Colui che Giobbe chiama <<il mio Redentore>> deve essere Cristo, dal momento che sappiamo che Cristo ritornerà in ultimo sopra la terra (<<alla fine si leverà sulla polvere>>) e che Giobbe lo vedrà con i suoi propri occhi.

E il secondo è quest’ altro: quel Redentore che Giobbe vedrà, egli lo identifica con Dio (<<vedrò Iddio>>).

Cristo Giudice

<<Il giudice di tutta la terra non farà Egli giustizia?>> ( Genesi 18:25).

Quasi tutti gli uomini, qualunque sia l’opinione che essi hanno di Dio, sono istintivamente convinti che esiste un Dio di giustizia che sovrintende alle cose degli uomini.

Ma quando veniamo a considerare che << Dio farà venire in giudizio ogni cosa, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male>> ( Ecclesiaste 12:16), restiamo sbalorditi dalla enorme vastità del compito.  << L’Eterno è un Dio che sa tutto; e da Lui sono pesate le azioni degli uomini>> ( 1Samuele 2:5).

Nelle assise celesti non si fanno i conti in maniera approssimativa o sbrigativa; il giudice Divino pesa ogni atto, ed emette una sentenza dettata da un senso perfetto della giustizia.

 Si prende in esame ogni fattore mentale, morale, fisico; ogni azione viene valutata nell’ atmosfera delle circostanze e dell’ ambiente in cui è stata compiuta; si tiene conto della luce della quale la persona giudicata era dotata, della sua capacità di discernimento, delle influenze buone e cattive a cui era sottoposta, dei moventi che l’ hanno spinta a determinati gesti, delle possibilità accolte o respinte, delle pressioni subite, delle conseguenze alle quali la persona è andata incontro col suo comportamento.

 E chi può essere così competente da valutare con esattezza una vita, ed anzi ogni singolo atto di una vita, se non un Dio che conosca ogni cosa e che sia la personificazione stessa della giustizia?

Ebbene il Padre ha rinunciato a giudicare gli uomini, ed ha rimessa al Figliuolo tale autorità: << Il Padre non giudica nessuno, ma ha dato tutto il giudizio al Figliuolo>> ( Giovanni 5:22);

 Egli, ed Egli solo, <<giudicherà i vivi e i morti>> ( 2Timoteo 4:1),

 <<giudicherà i segreti degli uomini>> ( Romani 2:16);

 <<darò a ciascuno di voi secondo le opere vostre>> ( Apocalisse 2:23).

 Una quantità enorme di creature, sia umane che celesti, saranno condotte davanti a Lui. Il loro destino eterno sarà nelle Sue mani.

Pensate, Dio << ha dato tutto il giudizio al Figliuolo>>, non ci sarà quindi caso, per quanto complicato, che Egli non potrà risolvere e per il quale dovrà ricorrere a una autorità più alta della Sua.

Considerate la scena della suprema corte dell’universo, presieduta da Gesù, e tenete presente che nelle Sue mani sarà il destino eterno di quella enorme quantità di creature, la loro eterna felicità o la loro eterna pena.

Non ci sarà possibilità di appello, le Sue decisioni saranno finali, irrevocabili ed eterne.

 Dalla presenza del Figliuol dell’ uomo seduto sul Suo trono reale, esse si allontaneranno << per andare a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna>> ( Matteo 25:46).

Se noi crediamo, come la Scrittura afferma, che Cristo Gesù uomo svolgerà quel compito, quell’ uomo, oltre che tale, deve necessariamente essere anche Dio.

Il carattere di Cristo

Tutta la Scrittura dichiara concorde l’assoluta perfezione del carattere di Cristo. Nè potrebbe essere altrimenti; perchè in tal caso mai Egli avrebbe potuto essere la manifestazione della gloria di Dio e l’immagine della Sua sostanza.

Cristo è << Santo, Innocente, Immacolato, Separato dai peccatori>> ( Ebrei 7:26);

 è  << senza difetto nè macchia>> ( 1Pietro 1:19); 

 <<non commise peccato>> ( 1Pietro 2:22), 

<<non ha conosciuto peccato>> ( 2Corinzi 5:21), 

<<in Lui non c’è peccato>> ( 1Giovanni 3:5).

Insomma la Scrittura riconosce a Cristo le identiche perfezioni morali e spirituali che attribuisce a Dio.

Parlando di se stesso, una volta Gesù disse con perfetta tranquillità:  << Io sono la luce del mondo>> ( Giovanni 8:12).

In un’altra occasione, una Sua domanda acuta e lo sguardo penetrante costrinsero i Suoi oppositori a scivolare via furtivamente, toccati nelle loro coscienze  ( Giovanni 8:7 a 9);

in un’altra ancora essi furono ridotti al silenzio da un interrogativo al quale non poterono rispondere: << Chi di voi mi convince di peccato?>> ( Giovanni 8:46).

Di fronte a Lui Pilato dovettere ammettere: << Io non trovo colpa alcuna in quest’uomo>> ( Luca 23:4).

Altrove leggiamo di un centurione romano che stupefatto esclama: << Senza dubbio, quest’uomo era giusto>> ( Luca 23:47).

Anche al culmine della Sua agonia Gesù manifestò il potere della purezza del Suo carattere, facendo sorgere nel cuore del ladrone crocifisso vicino a Lui la convinzione: << Costui non ha fatto nulla di male>> ( Luca 23:41).

Se l’Antico Testamento ci presenta Dio come il Santo, ( Isaia 40:25), il Nuovo ci presenta Cristo negli stessi termini ( Atti 3:14).

Così come la Scrittura lo presenta, Gesù ci appare dunque pari a Dio nella perfezione morale e spirituale di Lui: Dio e Cristo non sono separati fra loro da quell’abisso che invece divide Dio dalle altre creature.

Se Dio poteva creare un uomo senza peccato, cioè un Cristo, com’è allora invece che Egli creò un Adamo che poteva peccare e che infatti molto rapidamente peccò?

Perchè Dio non dette inizio alla razza umana con <<l’ultimo Adamo>> senza peccato, invece che col primo Adamo peccatore?

La conversazione che si svolge tra Gesù e il giovane ricco offre un altro motivo di interesse. << Maestro buono, cosa devo fare per ottenere la vita eterna?>> chiese il giovane, e Gesù gli disse: << Perchè mi chiami buono? Nessuno è buono, salvo uno solo, cioè Iddio>> ( Luca 18:18,19).

Si noti che Gesù non nega di essere buono, nè proibisce al giovane di chiamarlo buono; semplicemente gli domanda perchè egli si sia rivolto a Lui usando tale aggettivo.

 Infatti la domanda del giovane conteneva una contraddizione che Gesù fa rilevare.

Con parole diverse la domanda di Gesù si può mettere in questo modo: << Tu mi chiami maestro, che è un titolo umano (Luca 3:12), e nello stesso tempo mi chiami buono. Ma Dio soltanto è buono. Se qualcuno perciò mi riconosce come buono, deve necessariamente riconoscermi come Dio>>.

Ora la Scrittura non solo afferma il carattere di assoluta << bontà>> di Cristo, ma anche afferma che l’assoluta bontà e l’assoluta divinità sono inseparabili.

Quindi, sul fondamento di Luca 18:19, va da sè che ove si neghi la Divinità di Cristo si nega anche il Suo carattere essenziale di bontà; perchè secondo la Scrittura i due elementi sono imprescindibili.

Le affermazioni di Cristo

Nell’evangelo di Giovanni, tre volte Gesù afferma di essere il figlio di Dio; e in ognuna delle tre diverse occasioni, Giovanni spiega come tali affermazioni vadano intese.

 << Più che mai i Giudei cercavano di uccidere Gesù; non soltanto perchè violava il sabato, ma anche perchè chiamava Dio Suo Padre, facendosi uguale a Dio>> ( Giovanni 5:18).

<< I Giudei risposero a Gesù: noi non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; perchè tu, che sei uomo, ti fai Dio>> ( Giovanni 10:33).

<< I Giudei risposero (a Pilato): Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge Gesù deve morire, poichè si è fatto figliuol di Dio>> ( Giovanni 19:7).

Queste tre citazioni dell’evangelo di Giovanni pongono subito in risalto due punti entrambi fuori di ogni dubbio.

 Il primo è questo; udendo Gesù definirsi Figliuol di Dio, secondi i Giudei era scontato che Egli in quel momento stava proclamando la Sua Divina eguaglianza con Dio, cioè si faceva Dio, ed è interessante rilevare che Gesù non ha mai cercato di correggere questo modo di pensare e mai ha detto che stavano travisando le parole.

Il secondo punto è quest’altro: le ripetute affermazioni e dichiarazioni di Gesù di essere il Figliuol di Dio, il rivendicare e pretendere per sè tale posizione, sono stati il vero capo d’accusa contro di Lui davanti al Sinedrio e il vero motivo della Sua condanna alla crocifissione.

 Nel suo libro <<Jesus Christ>>, l’ebreo M. Salvador esamina ampiamente la posizione di un giudeo il quale fosse venuto a trovarsi davanti a una persona che, come Gesù, sostenesse di avere origine Divina; di fronte a una affermazione come quella di Gesù, si poteva soltanto o crederci, o condannare quel tale a morte.

 Non vi era altra scelta, altra alternativa, se i Giudei non credevano alla provenienza Divina di Gesù, era loro preciso dovere condannarlo a morire.

Non si può pensare che i Giudei condannassero Gesù soltanto perchè non capirono la vera natura delle Sue affermazioni.

 Secondo diverse fonti del Nuovo Testamento essi lo avevano invece capito benissimo; ma, anzichè credervi, rifiutarono di accettare il rapporto di figliolanza di Gesù con Dio.

 Infatti, poco tempo dopo la morte di Gesù, Pietro ricorda al popolo: << Voi rinnegaste il Santo e il Giusto>> ( Atti 3:14). 

Strettamente legata alla prima, è la seconda grande affermazione di Gesù, di essere il Cristo, o Messia, sulla scorta delle antiche profezie, il popolo d’Israele aspettava un Messia di genere tutto particolare.

 Isaia lo aveva pronosticato come <<l’Emmanuele (Dio con noi)>> ( Isaia 7:14), e come un << Dio Potente, Padre Eterno>> ( Isaia 9:5);

Geremia lo chiama << l’Eterno, nostra giustizia>> ( Geremia 23:5,6);

Michea parla della eterna pre-esistenza di Lui ( Michea 5:1);

Daniele del Suo dominio eterno che non passerà e del Suo regno che non sarà distrutto ( Daniele 7:14);

Zaccaria lo presenta come << l’uomo che mi è compagno>> ( Zaccaria 13:7);

Malachia infine annuncia la venuta del Messia come l’ingresso improvviso del Signore nel Suo tempio. ( Malachia 3:1).

Che i Giudei considerassero la grande dichiarazione di Gesù di essere il Figliuolo di Dio, come una affermazione della Sua origine Divina, lo abbiamo già rilevato.

Ora vogliamo fare notare che essi collegavano a questa affermazione di Gesù anche la Sua dichiarazione di essere il Messia, il sommo sacerdote infatti si rivolge a Gesù dicendogli: << Ti scongiuro per l’Iddio vivente di dirci se Tu sei il Cristo ( o Messia) il figliuol di Dio>>, e dal punto di vista giudaico il destino di Gesù venne deciso dalla Sua stessa ferma risposta: << Tu l’hai detto>> ( Matteo 26:63,64), che equivale a un chiaro: <<Si, sono proprio il Messia, il Figliuolo di Dio>>.

Cristo e l’umanità

Abbiamo cercato di vedere nella Scrittura se l’abisso, che separa l’Infinito dal finito e il Non-creato dal creato, è un abisso che pone da un lato Dio e dall’altro Cristo con tutti gli esseri creati; o se invece esso non si interpone tra Cristo e Dio da una parte e le creature dall’altra e abbiamo trovato che le Scritture considerano fuori discussione il fatto che non esiste nessuna differenza tra Cristo e il Padre; ed assegnano anzi al Padre una natura uguale a quella dell’<<unigenito Figliuolo>>,   di conseguenza inevitabilmente l’abisso divisore viene a trovarsi tra Cristo e gli esseri creati.

 La Scrittura conferma questo?

 Conferma che l’uomo debba avere verso Cristo lo stesso atteggiamento che ha verso Dio?

 Invita la Scrittura a rendere un identico omaggio (l’omaggio dovuto dalla creatura al suo Creatore) al Figlio come al Padre?

 Per rispondere sarà sufficiente una sola citazione, forse la più chiara che al riguardo si possa trovare nella Scrittura; in quanto è praticamente impossibile far dire ad essa qualcosa di diverso da ciò che dice.

Dalle labbra di Gesù stesso noi sappiamo che è manifesto desiderio del Padre che << tutti onorino il Figliuolo come onorano il Padre. Chi non onora il Figliuolo non onora il Padre che l’ha mandato>> ( Giovanni 5:23).

Un tale che lavorava con zelo nel campo religioso, ma che non riconosceva la divinità di Gesù disse una volta ad un credente in Cristo:

<< Tra noi esiste questa differenza; lei tiene in gran conto Cristo, mentre noi teniamo in gran conto Dio>>. 

Se quel tale avesse seriamente meditato le parole di Giovanni 5:23, avrebbe scoperto che rifiutandosi di onorare il Figliuolo egli non onorava nemmeno il Padre.

 A quel tale l’apostolo Pietro avrebbe detto le stesse parole da lui rivolte al popolo profondamente relogioso del suo tempo: <<Voi rinnegaste il Santo e il Giusto>>; sebbene senza dubbio sarebbe stato anche pronto ad aggiungere: << So che lo avete fatto per ignoranza, come coloro che vi governano>> ( Atti 3:14 a 17).

  Il tema dell’onore dovuto al Padre come anche al Figliuolo, non si appoggia naturalmente a un solo passo della Scrittura; ma è anzi il tessuto, la trama di tutta la rivelazione del Nuovo Testamento intorno a Cristo.

 Questo tema può essere sviluppato lungo quattro linee; conoscere Cristo, credere in Cristo, pregare Cristo, adorare Cristo.

Conoscere Cristo

La vita spirituale, la vita eterna dipende dalla conoscenza spirituale; non dalla semplice conoscenza delle Scritture, nè dalla conoscenza di un sistema di dottrina, ma dalla conoscenza, da parte del cuore, del solo vero Dio ( Geremia 31:33,34).

Infatti la vendetta di Dio cadrà su coloro che non lo conoscono ( 2Tessalonicesi 1:8)

Ma, a proposito di questa conoscenza personale di Dio, troviamo che la Scrittura mette la conoscenza del Figliuolo sullo stesso piano della conoscenza del Padre, e la presenta come ugualmente indispensabile per possedere la vita eterna:

 << E questa è la vita eterna; che conoscono Te, il solo vero Dio, e colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo>> ( Giovanni 17:3).

 << Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre>> ( Giovanni 14:7, confrontare con 2Pietro 1:2).

 Inoltre troviamo che dipende dalla volontà del Figliuolo farci conoscere il Padre.

Infatti <<nessuno conosce il Padre, se non il Figliuolo, e colui al quale il Figliuolo avrà voluto rivelarlo>> ( Matteo 11:27); dove si vede che la vita eterna è impartita agli uomini dal Figliuolo ( Giovanni 10:28 e 17:2).

Paolo dice che il suo desiderio più intenso, la sua brama, è di arrivare ad avere una conoscenza più piena di Cristo:

 << Le cose che mi erano guadagni, io le ho reputate danno a cagione di Cristo. Anzi, a dire il vero, io, reputo ogni cosa essere un danno di fronte alla eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale rinunziai a tutte codeste cose, e le reputo tanta spazzatura affin di guadagnare Cristo…, in modo che io possa conoscere esso Cristo, e la potenza della Sua risurrezione, e la comunione delle Sue sofferenze>> ( Filippesi 3:7 a 10).

E’ un tratto caratteristico dell’insegnamento di tutti gli apostoli la loro insistenza sul fatto che non soltanto la salvezza, ma anche la piena maturità spirituale è legata con la conoscenza di Cristo;

<< finchè tutti siamo arrivati all’unità della fede e della conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato di uomini fatti, alla misura della statura della pienezza di Cristo>> ( Efesini 4:12,13).

Dal momento dunque che la conoscenza del Figluolo è la chiave per la conoscenza del Padre; e, dal momento che la Scrittura insiste sulla necessità di conoscere il Figliuolo almeno tanto quanto insiste sulla necessità di conoscere il Padre, si deve per forza concludere che Cristo è Dio.

Credere in Cristo

Il Nuovo Testamento non dice che si ottiene la salvezza nel nome dell’Eterno, ma che la si ottiene nel nome di Gesù Cristo di Nazaret: << In nessun altro è la salvezza poichè non c’è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, mediante il quale essi possano essere salvati>> ( Atti 4:10 a 12).

E’ soltanto la fede in Cristo che giustifica l’uomo davanti a Dio ( Romani 3:22 e 26) e lo salva dal suo peccato ( Atti 16:31).

Tuttavia la fede che salva non consiste nell’intellettuale riconoscimento del fatto che Gesù sia realmente esistito, o nella stima sempre intellettuale della natura della Sua opera.

 << Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; ma anche i demoni lo credono, e tremano>> ( Giacomo 2:19).

Credere all’esistenza di un solo Dio, non libera i demoni dal loro stato e non salva l’uomo dal suo peccato.

 Infatti è <<con il cuore che si crede per ottenere la giustizia>> ( Romani 10:10); e credere con il cuore vuol dire non soltanto credere con la mente, ma anche con la partecipazione dei sentimenti e con la volontà.

 La mente può solo considerare Lui come l’oggetto della fede; ma è con i nostri sentimenti che ci possiamo afferrare a Lui, nel mentre che la nostra volontà a Lui si arrende.

 In tal modo il cuore (mente, sentimenti e volontà) viene dominato dall’oggetto della Sua fede.

Si potrbbe dire che la vita personale del credente viena assorbita da colui nel quale egli ha riposto la sua fede;

 il credente <<si unisce>> a Cristo ( Romani 7:4 e 1Corinzi 6:17), è <<in Cristo>> (tale espressione ed altre simili ricorrono almeno un centinaio di volte negli scritti di Paolo), e può dire <<Cristo vive in me>> ( Galati 2:20).

Se dunque Cristo è veramente l’oggetto di questa fede che salva, come la Scrittura dichiara; e se questa fede che salva è tale che davvero include la volontaria sottomissione a Lui del nostro intero essere interiore (mente, sentimenti e volontà), così da essere trapiantati in una sfera spirituale nuova, << in Cristo>>, e trasformati in modo tale da diventare << una nuova creatura>> ( 2Corinzi 5:17), possiamo noi credere che Colui nel quale abbiamo collocato la nostra fede, Colui dal quale dipendiamo e al quale ci sottomettiamo, e che diventa quindi la vera sfera della nostra esistenza spirituale, è meno che Dio?

 Ci chiedono forse le Scritture di avere nell’Onnipotente una fede maggiore di quella da riporre nel Figlio di Dio?

Pregare Cristo

Qualsiasi preghiera, nel significato normale che noi diamo alla parola, ha ragione di essere soltanto se rivolta a Dio.

Su questo punto si trovano d’accordo tanto gli unitariani, i quali negano la divinità di Cristo, quanto i trinitariani, cioè coloro che invece credono alla divinità di Gesù.

Però secondo gli unitariani, la preghiera non deve mai essere rivolta a Cristo, poichè per loro Egli non è Dio;

mentre secondo i trinitariani, la preghiera può benissimo essere rivolta anche a Gesù, poichè per loro Egli è Dio.

Cosa dice la Scrittura a riguardo?

 Si trova in essa qualche esempio di preghiera rivolta a Cristo?

I credenti sono incoraggiati a pregare Gesù o invitati a non farlo?

 Negli episodi dei Vangeli troviamo che molti vennero a <<supplicare>> Gesù ( Matteo 14:36), ma possiamo dire che quei tali lo pregavano come avrebbero pregato Dio?

 Alla donna samaritana Gesù disse: << Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è che ti dice ” Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva>> ( Giovanni 4:10).

Se noi crediamo che quel dono si può ottenere anche al giorno d’oggi, e alle medesime condizioni di allora, qual’è la differenza tra pregare Cristo perchè ci dia <<l’acqua viva>> e pregare Dio perchè ci dia la Sua benedizione?

 Qual’è la differenza tra la preghiera di Davide << Abbi pietà di me, o Dio>> ( Salmo 51:1),

e il grido di Bartimeo << Gesù, Figliuol di Davide, abbi pietà di me?>> ( Marco 10:47).

Parole simili a queste hanno costituito la preghiera di salvezza di moltitudini di persone, che sono così passate dalla morte alla vita.

 Il punto culminante della conversione di Paolo è avvenuto nel momento della sua preghiera a Cristo: <<Signore, cosa vuoi che io faccia?>> ( Atti 9:6).

Possiamo dunque pregare Cristo unicamente per ottenere la salvezza, mentre in seguito non ci sarebbe più permesso invocarlo?

 Questo interrogativo trova una chiara risposta nelle parole di Stefano, il primo martire Cristiano, quando <<pieno di Spirito Santo>>, egli, terminando il suo cammino di credente, là dove stava per cominciare quello di Paolo, così si rivolse in preghiera a Cristo: <<Signore Gesù ricevi il mio spirito>> ( Atti 7:55 e 59).

Nel momento della sua morte, Stefano innalzò a Gesù quasi le identiche parole che Gesù sulla croce innalzò al Padre.

Si trovano insomma numerosi passi nella Scrittura dai quali risulta evidente che le preghiere dirette a Gesù non costituivano affatto un’eccezione fra i primi Cristiani, ma erano anzi una pratica comune, tanto è vero che i credenti di quell’epoca erano conosciuti come coloro che <<invocano il nome di Cristo>> ( Atti 9:14 e 20:21; Atti 22:16; 1Corinzi 1:2).

Vi sono poi quei sospiri degli scrittori sacri, che costituiscono di per se stessi una preghiera: <<Io spero nel Signore Gesù>> ( Filippesi 2:19);

<<Io rendo grazie a Cristo Gesù, nostro Signore>> ( 1Timoteo 1:2);

ed anche l’ultimissima preghiera che si trova nella Bibbia, una preghiera che rivela quale sia stata l’ardente aspettazione della chiesa nel corso degli anni, è una preghiera indirizzata a Cristo: <<Vieni, Signore Gesù>>.

Giustamente Isaia ci ricorda che <<coloro i quali pregano un dio che non può salvare non hanno intelletto>> ( Isaia 45:20);

 mentre coloro che invocano Cristo pregano un che <<può salvare pienamente quelli che per mezzo di Lui si accostano a Dio>> ( Ebrei 7:25).

Tutti coloro che hanno invocato Gesù e ne hanno ricevuto risposta possono dire, senza alcun dubbio al riguardo, di aver veramente avuto comunione con Dio.

Adorare Cristo

Le creature devono la loro adorazione all’Eterno e a Lui solo, secondo quanto dice la Scrittura: <<Adora il Signore Iddio tuo, e a Lui solo rendi il culto>> (Matteo 4:9,10).

 L’adorazione di qualunque altro dio, sia esso uno spirito, un angelo, o un immagine fatta dagli uomini, è pura idolatria; se mediante la Scrittura potesse essere dimostrato che non c’è obbligo da parte degli uomini di adorare Cristo e che Egli stesso ha rifiutato l’adorazione dovuta a Dio, allora sarebbe chiaro che Egli non è Dio.

Ma la Srittura dimostra invece che gli uomini hanno adorato Gesù nella sua qualità di Dio, dimostra pure che Egli ha prontamente accolto tale adorazione e infine riporta ripetuti inviti da parte di Dio ad adorare Cristo, in tal modo si stabilisce in maniera definitiva che Egli è veramente Dio.

Nel Nuovo Testamento la parola greca che noi traduciamo con <<adorare>>(proskuneo) ricorre circa sessanta volte, e viene adoperata in riferimento all’adorazione che si deve a Dio, ma che tante volte nella loro ignoranza e follia gli uomini rivolgono ad altri uomini o dirigono verso statue o immagini create dalle loro mani.

Nel Nuovo Testamento troviamo più di una persona timorata di Dio che rifiuta tale tipo di adorazione da parte dei suoi simili,

 abbiamo ad esempio il caso di Pietro, il quale respinge l’adorazione di Cornelio (Atti 10:25,26),

e di Paolo e Barnaba, che con grande vivacità e decisione impediscono agli abitanti di Listra di tributare loro onori e sacrifici (Atti 15:14,15).

Anche gli angeli si comportono in uguale maniera; durante le sue visioni a Patmos, per due volte Giovanni vuole adorare l’angelo che gli ha schiuso grandiose rivelazioni, e per due volte si imbatte in un netto rifiuto: <<Guardati dal farlo! Adora Iddio!>> (Apocalisse 19:10 e 22:8,9).

Però quella stessa adorazione che gli angeli non accettano dagli uomini viene, per espressa volontà di Dio, subito tributata da <<una moltitudine dell’esercito celeste>> a Gesù Cristo, al momento della Sua nascita: <<Tutti gli angeli di Dio l’adorino!>> (Ebrei 1:6);

 quella adorazione, che Gesù Cristo negò a satana venne invece tributata dai magi al Figlio di Dio ancora bambino: <<si prostrarono e lo adorarono>> (Matteo 2:11).

Il racconto evangelico ci offre molti casi di uomini che hanno adorato Gesù, mentre Egli visse; il lebbroso (Matteo 8:2),

uno dei capi della Sinagoga (Matteo 9:18),

il cieco (Giovanni 9:38),

i discepoli sulla barca (Matteo 14:33),

la donna cananea (Matteo 15:25),

la madre di Giacomo e Giovanni (Matteo 20:20),

l’indemoniato di Gerasa (Marco 5:6),

dopo la Sua risurrezione le due Marie (Matteo 28:9),

dopo la Sua ascensione gli undici discepoli (Matteo 28:17).

Forse qualcuno di noi potrebbe pensare che quegli atti di adorazione resi a Cristo fossero semplicemente un omaggio dovuto ad un grande maestro, oppure un tributo di riconoscenza di quelle persone per colui che le aveva beneficate, o in maniera vistosa (guarendo cioè il loro corpo), o salvando la loro anima, ma si tratta di argomentazioni insostenibili.

L’uomo nato cieco non adorò Gesù nè gli rese alcun omaggio se non quando Gesù gli rivelò la Sua identità; fu allora che, saputo chi era, lo adorò (Giovanni 9:35 a 38)

Il suo modo di agire rivela quindi chiaramente che il cieco guarito non adora Gesù per quello che Egli ha fatto, ma per quello che Egli è, nè d’altra parte, si può sostenere che l’adorazione data a Gesù il Messia, sia di un genere inferiore a quella dovuta all’Eterno.

La prova più convincente ci viene offerta dal libro dell’Apocalisse, o Rivelazione, che è appunto la rivelazione di una persona definita con i nomi più diversi; il Primo e l’Ultimo, l’Alfa e l’Omega, il Re dei Re e Signor dei Signori, l’Agnello che siede sul trono.

E’ tale la gloria di questa persona che, dice Giovanni, <<non appena l’ebbi veduto, caddi ai suoi piedi come morto>> (Apocalisse 1:17).

Giovanni non esita ad attribuirgli <<la gloria e il dominio nei secoli dei secoli>> (Apocalisse 1:5,6), e ci mostra miriadi di angeli intorno al trono <<che dicevano con gran voce: Degno è l’Agnello…di ricevere la potenza e le ricchezze e la sapienza e la forza e l’onore e la gloria e la benedizione>> (Apocalisse 5:11,12).

Questo non è certo un genere di lode che gli esseri creati rendono a un loro simile, per quanto stimato ed esaltato;

nè questo genere di lode è di qualità inferiore a quella che si tributa all’Onnipotente,

 è da notare inoltre il modo con cui la visione continua: <<E tutte le creature che sono nel cielo e sulla terra e sotto la terra e sul mare, e tutte le cose che sono in essi, le udii che dicevano: A Colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la benedizione, l’onore, la gloria e il dominio nei secoli dei secoli>> (Apocalisse 5:13).

Si noti che qui tutti gli esseri creati dell’universo intero stanno rendendo omaggio al loro Creatore, ma l’Agnello non lo troviamo fra coloro che rendono omaggio al Creatore, lo vediamo, anzi, ricevere quello stesso tributo di adorazione che le creature innalzano all’Altissimo (Apocalisse 7:10), già più indietro, in altre parti della Scrittura, troviamo dei passi che ci preparano a questa scena finale.

E’ espresso desiderio del padre, dice Gesù, che <<tutti onorino il Figliuolo come onorano il Padre>> (Giovanni 5:23),

mentre Paolo ci ricorda come Dio abbia decretato che <<nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle cose (create) in cielo…sulla terra e sotto la terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre>> (Filippesi 2:10,11);

 questi passi ci dicono, senza possibilità di equivoco, che la gloria del Padre è indissolubilmente legata a quella del Figlio.

Dio ha detto: <<Io sono l’Eterno; tale è il mio nome, e non darò la mia gloria ad un altro>> (Isaia 42:8);

 ma come mai lo vediamo invece spartire la Sua gloria con l’Agnello sopra il trono?

Se Dio si comporta in modo simile, è evidente che Egli non ritiene il Figlio <<un altro>>, cioè un essere inferiore a Lui, ma lo comsidera invece un Suo pari,  <<l’uomo che è mio compagno>>, uno che ha pieno diritto all’onore e alla gloria che sono dovuti a Dio.

Infatti questo è il senso di come chiaramente Paolo interpreta la cosa, perchè là dove egli esorta: <<Chi si gloria, si glori nel Signore>> (1Corinzi 1:31) aggiunge che una delle caratteristiche dei credenti è appunto quella di <<gloriarsi in Cristo>> (Filippesi 3:3 e 1:26).

Quando Toma adorò Gesù con le ben note parole <<Signor mio e Dio mio!>> (Giovanni 20:28), Gesù non solo accettò la sua adorazione, ma con molto affetto fece notare a Toma la lentezza con cui la verità si era fatta strada in lui.

Hai tu veramente adorato il Signore in questo modo?

 O anche tu ti trovi tra quelle moltitudini, che, in attitudine religiosa o meno, non onorano il Figliuolo nel modo dovuto, e perciò non onorano neanche il Padre che lo ha mandato? (Giovanni 5:23)

Cristo nostra riconciliazione

La decisione, che ognuno è chiamato a prendere riguardo alla natura di Cristo, non si ripercuote soltanto sulla questione se Egli debba essere adorato o no, ma ne investe pienamente anche un’altra, anch’essa di importanza vitale, e cioè la riconciliazione, perchè la riconciliazione di Dio con l’uomo è tutta quanta imperniata sulla persona di Cristo.

Caro lettore, quello che è in questione è la tua stessa salvezza, perchè il Signore Gesù dice anche oggi, come già disse al popolo religioso del Suo tempo: <<Se non credete che Io sono il Cristo, morirete nei vostri peccati>> (Giovanni 8:24).

Non aveva infatti Gesù affermato che la dichiarazione di Pietro, <<Tu sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente>> (Matteo 16:16 a 18), è la base su cui la chiesa è fondata?

Secoli prima che Gesù venisse, Giobbe aveva già espresso il suo desiderio ardente di un mediatore, qualcuno che facesse da intermediario tra lui e Dio.

L’Onnipotente sembrava troppo in alto, troppo distante per poter trattare direttamente con lui: <<Dio non è un uomo come me, perchè io gli risponda e che possiamo comparire in giudizio assieme. Non c’è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due!>> (Giobbe 9:32).

La necessità che Giobbe sentiva di un arbitro doveva trovare risposta in quel <<solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo>> (1Timoteo 2:5).

E’ Lui e Lui soltanto, che può porre la Sua mano su tutti e due; perchè pur essendo <<in forma di Dio>> Egli era <<simile agli uomini>> (Filippesi 2:6,7),

così è stato annunziato che <<la Parola era Dio>>, <<è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi>> (Giovanni 1:1 a 14).

Perchè potesse posare la mano tanto su Dio quanto sull’uomo, secondo l’espressione di Giobbe, era necessario che Egli potesse avere un contatto personale sia con Dio, nel regno celeste, che con l’uomo, nel regno umano, ecco perchè nella pienezza dei tempi, Gesù venne, dal <<seno del Padre>> (Giovanni 1:18), a nascere <<di donna>> (Galati 4:4).

Per quanto riguarda la Sua conoscenza di Dio, Egli stesso ha detto che <<nessuno conosce appieno il Padre, se non il Figliuolo>> (Matteo 11:27);

mentre, per quanto riguarda la Sua conoscenza dell’uomo, <<non aveva bisogno della testimonianza di alcuno sull’uomo, perchè Egli stesso conosceva quello che era nell’uomo>> (Giovanni 2:25),

unicamente in virtù della Sua qualità di Dio-uomo il Figliuolo poteva essere un effettivo intermediario, potendo Egli veramente manifestare Dio all’uomo e l’uomo a Dio.

C’è chi, richiamandosi alle parole di Paolo: <<Come per la disubbidienza di un solo uomo (Adamo) i molti sono stati costituiti peccatori, così per l’ubbidienza di uno solo (Gesù), i molti saranno costituiti giusti>> (Romani 5:19), ha sostenuto che per liberare l’uomo dal potere del peccato bastava un uomo perfetto, non un essere divino.

 Questo è appunto quanto si sostiene in un edizione della” società della torre di guardia”, dove si legge: <<Quello che venne perduto “con la trasgressione di Adamo” fu la vita umana perfetta, con i suoi diritti e le sue prospettive terrene; per conseguenza ciò che è redento o ricomprato “con il sacrificio di Cristo” è appunto ciò che andò perduto, cioè la vita umana perfetta, con i suoi diritti e le sue prospettive terrene. La giusta legge di Dio di Deuteronomio 19:21 diceva che occorreva occhio per occhio e dente per dente quindi, una perfetta vita umana doveva essere sacrificata per una perfetta vita umana perduta>>.

 <<Fra tutte le sue fedeli creature nel cielo, è piaciuto a Dio di servirsi di Lui, del Suo Prediletto, per mandarlo sulla terra onde divenisse un uomo perfetto e adempisse, fra le altre cose, l’opera del riscatto>>.

 <<Quale uomo perfetto, Gesù occupò una posizione del tutto simile a quella occupata dal perfetto uomo Adamo nel giardino dell’Eden>>.

Che <<una vita umana perfetta>> fosse necessaria per l’opera della redenzione è indiscutibilmente vero; ma dove si può trovare perfezione al di fuori della divinità?

Questo punto è già stato messo in chiaro quando abbiamo studiato il carattere di Gesù e quando ci siamo trovati di fronte alla Sua inequivocabile parola: <<Nessuno è buono, fuorchè uno solo: Dio>>.

Una vita umana perfetta è spiritualmente e moralmente impossibile a viversi, a meno che la divinità non rivesta la umanità, cioè a meno che Dio non si faccia carne, la condizione di perfezione è più alta della condizione di innocenza o di senza peccato, com’era appunto quella di Adamo prima della caduta, perchè è una condizione di assoluta incapacità di peccare, che trionfa su ogni tentazione.

Tale fu appunto la condizione di Cristo, che <<soffrì; ed essendo stato reso perfetto (attraverso la prova) divenne, per quelli che Gli ubbidiscono, autore di una salvezza eterna>> (Ebrei 5:8).

 Parlare del <<perfetto uomo Adamo nel giardino>>, vuol dire fare confusione tra innocenza e perfezione, e fraintendere completamente la natura della perfezione di Cristo, che lo rese atto per l’opera di redenzione.

La <<legge degli eguali>> è da attribuirsi alla punizione temporale del peccato (Deuteronomio 19:21), e non ha alcun riferimento con la redenzione nel caso di Adamo e di Cristo, per quanto i suoi effetti siano perdurati attraverso i secoli, il peccato di Adamo è circoscritto; mentre il sacrificio di Cristo è veramente infinito, perchè le sue conseguenze sono per l’eternità.

 Dal seguente passo di Romani 5 è chiaro che non si tratta di <<legge degli eguali>> o di <<una vita umana perfetta sacrificata per una vita umana perfetta perduta>>. Leggiamo con attenzione:

<<Però, la grazia non è come il fallo, perchè, se per il fallo di quell’uno i molti sono morti, molto più la grazia di Dio e il dono fattoci dalla grazia dell’unico uomo Gesù Cristo, hanno abbondato verso i molti; e riguardo al dono, non avviene quel che è avvenuto nel caso dell’uno che ha peccato, perchè il giudizio da un unico fallo ha fatto capo alla condanna, mentre la grazia, da molti falli, ha fatto capo alla giustificazione. Perchè, se per il fallo di uno la morte ha regnato mediante quell’uno, tanto più coloro che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Gesù Cristo>>.

 Se questo passo  di Romani 5:19 fosse stato interpretato alla luce del suo contesto, il punto di vista in questione non sarebbe mai stato sostenuto, perchè è la negazione di quanto è detto chiaramente da Paolo, che non paragona, ma contrappone, le conseguenze della disubbidienza di Adamo alle conseguenze della ubbidienza di Cristo.

Si noti infatti come egli descrive quello che noi possiamo avere in Cristo: <<molto più>>, <<l’abbondanza della grazia>>; <<regneranno nella vita>>.

Prima della sua caduta cosa sapeva Adamo di tutto questo?

Lasciamo che l’apostolo riassuma l’argomento con le sue stesse parole: <<Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata>> (Romani 5:20).

 Se, come alcuni sostengono, il sacrificio di Cristo ha il semplice scopo di riportare il riscattato nella medesima posizione in cui si trovava Adamo prima della sua caduta, vuol dire che in tal caso esiste anche la paurosa possibilità che si possa come lui scadere di nuovo e perire per l’eternità.

Sarebbe dunque questa la <<così grande salvezza>> procurataci da Cristo ad un prezzo enorme, una salvezza che Paolo definisce <<molto più>>, <<l’abbondanza della grazia>> e <<regneranno nella vita>>?

Di certo nessuno, che abbia veramenta esperimentato questa salvezza, avrà mai la tentazione di pensare così.

 Inoltre, se la legge degli eguali fosse valida anche nel caso di Cristo, il Suo sacrificio dovrebbe essere almeno pari come valore a quello dell’essere o degli esseri che Egli redime.

 In tal caso è naturale che il sacrificio di una vita perfetta ma finita (se una vita di un genere simile potesse esistere) cancellerebbe il peccato di una sola altra vita finita; in base a questo ragionamento, noi dovremmo concludere che Cristo ha cancellato unicamente il peccato di Adamo, ma non quello dei suoi posteri.

Invece la Scrittura ci dice che Gesù è <<il Salvatore del mondo>> (Giovanni 4:42 ); e (1Giovanni 4:14);

dice che Egli è stato mandato da Dio <<perchè il mondo sia salvato per mezzo di Lui>> (Giovanni 3:17);

dice che <<Egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo>> (1Giovanni 2:2), (1Timoteo 4:10), (Giovanni 1:29), (Tito 2:11), (2Corinzi 5:19).

E’ chiaro inoltre che anche gli esseri angelici e i cieli stessi sono stati coinvolti nel peccato (Giobbe 4:18; 15:15; 25:5), e che il sacrificio di Cristo è valido anche per loro (Colossesi 1:20), (Ebrei 9:23).

Considerate dunque per un momento il carattere veramente cosmico di una simile opera di redenzione, era necessario un sacrificio che fosse sufficiente per milioni e milioni di esseri passati, presenti e futuri e che purificasse perfino i cieli per riconciliare anch’essi con Dio.

Come dunque si può concepire che il sangue sparso da un Adamo senza peccato potesse compiere un’opera di tale genere?

 Potevano un Michele o un Gabriele, per quanto senza difetto o senza macchia, assumere forma umana, diventare obbedienti fino alla morte e operare quindi una così grande salvezza?

Infatti non si trattava soltanto di salvare delle anime dalla morte, ma di <<condurre molti figliuoli alla gloria>> (Ebrei 2:10), di liberare il Suo popolo da ogni iniquità e di presentare <<Egli stesso davanti a sè la chiesa gloriosa, senza macchia o ruga o cosa alcuna simile>> (Efesini 5:27).

 Comprendiamo chiaramente tutta quanta la meraviglia di questa opera di grazia, ed allora mai più si avrà dei dubbi a riguardo della natura di chi la compì.

Una redenzione infinita può essere compiuta soltanto da un Redentore infinito:  <<Io, l’Eterno, sono il tuo Salvatore e il tuo Redentore>> (Isaia 49:26).

Esaminiamo adesso alcuni degli argomenti addotti da coloro che negano che Gesù  sia Dio.

Il principio della creazione di Dio

Talvolta si cita Apocalisse 3:14 come la prova che Gesù è stato creato, e che quindi è inferiore a Dio.

 Il passo dice: <<All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio>>. Questo ultimo attributo è interpretato come la dimostrazione che Gesù è stato il primo essere creato da Dio.

Ma esaminiamo un po’ questa affermazione. Questa parola <<principio>> (dal greco “arche”), si trova soltanto altre due volte nel libro dell’Apocalisse, una, quando al capitolo 21:6, Dio dice: <<Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine>>.

 Ora, nessuno di coloro che credono in Dio si sognerebbe mai di affermare che tali parole vogliono significare che Dio ha avuto un principio e che quindi un giorno avrà una fine, ma piuttosto che Egli è il principio e la fine di ogni cosa, Colui dal quale tutte le cose esistenti hanno avuto inizio, e nel quale termineranno.

L’altra menzione che si fa di questa parola è al capitolo 22:13 e con un significato quasi identico: <<Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine>>.

 Questa volta, però, chi parla non è più Dio, ma colui che nel versetto prima aveva detto <<Ecco, io vengo tosto>>; cioè Gesù, la stessa persona alla quale il Suo popolo infatti risponde al versetto 20: <<Amen! Vieni, Signor Gesù!>>.

Quindi il Figliuolo è anche Lui, insieme con il Padre, Colui dal quale hanno avuto inizio tutte le cose e nel quale tutte avranno fine, Colui che porterà a compimento tutto ciò che ha incominciato.

E come potrebbe dunque, Egli stesso essere stato a sua volta creato? Impossibile! Concludiamo perciò che la parola <<principio>> di Apocalisse 3:14 ha il preciso significato di origine, come pure negli altri due passi menzionati; per cui si deve leggere che Gesù è <<l’origine della creazione di Dio>>, cioè Colui che ha dato origine alla creazione, un fatto, questo, che tutta la Scrittura conferma unanimamente (Giovanni 1:3 e Colossesi 1:16).

Gesù è anche <<il primogenito di ogni creatura>>; cosa, questa, che accentua la Sua particolare condizione di erede, di Colui cioè che è destinato a ricevere in eredità tutto ciò che Egli ha creato. Infatti il passo continua: <<Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui>> (Colossesi 1:15,16 e Ebrei 1:2).

Cristo sovranamente innalzato

Ci sono alcuni per i quali il passo: <<Ed è perciò che Dio lo ha sovranamente innalzato (Cristo)>> (Filippesi 2:9), costituisce una difficoltà.

Costoro ragionano in questo modo:

Se Cristo era Dio, Egli doveva già occupare nell’universo una posizione di assoluta supremazia, e quindi, come poteva ancora essere  innalzato?

 Ma se si esamina il passo nel suo contesto, tale difficoltà scompare e a quella domanda si può rispondere con un altra, suggerita dai due versetti che precedono:

Come poteva Colui che la Scrittura dice che era <<in forma di Dio>>, che era <<con Dio>>, che <<era Dio>>, svuotarsi delle Sue caratteristiche e umiliarsi? (Filippesi 2:7,8).

Risposta: <<Prendendo forma di servo, diventando simile agli uomini e ubbidiente fino alla morte>>. Questo è il più grande atto di auto-umiliazione che mai l’universo abbia visto e potrà vedere, ed è l’esempio supremo di umiliazione divina che Paolo presenta ai credenti di Filippi.

Il fatto che <<Dio lo ha sovranamente innalzato>> non è che la conseguenza di questo e proprio quello che ci saremmo aspettati.

 Noi ci dovremmo meravigliare non del fatto che Egli sia stato sovranamente innalzato, ma del fatto che <<colui che era in forma di Dio>>, si sia dovuto così umiliare, per salvare degli uomini peccatori.

Ed è dunque perfettamente convenevole e giusto, che noi adesso possiamo contemplare <<il figliuol dell’uomo ascendere dov’era prima>> (Giovanni 6:62).

Infatti questo fu quello che Gesù chiese quando si rivolse al Padre dicendo: <<O Padre, glorificami tu presso te stesso con la gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse>> (Giovanni 17:5)

Anni fa, dopo una riunione in una chiesa di Chicago, un servitore di Dio ebbe una conversazione con un giovane e colto tedesco, figlio di un teologo razionalista.

Costui ricercava sinceramente la verità, però dichiarava di incontrare nel Nuovo Testamento ostacoli insormontabili, uno di essi, a suo giudizio, consisteva nelle apparenti contraddizioni in cui Cristo sarebbe caduto testimoniando di se stesso, in un punto Gesù dice: <<Io e il Padre siamo uno>>, e in un altro <<Chi ha visto me ha visto il Padre>>; poi però in un’ altra occasione dice che il Padre è più grande di Lui, ma allora come può essere uno con Dio e nello stesso tempo essere inferiore a Dio?

Inoltre Gesù dice ancora: <<Ogni autorità mi è stata data>>; ora queste parole sembrano affermare che Egli non aveva autorità in se stesso, ma che questa gli venne data, e naturalmente in tal caso chi riceve l’autorità è inferiore a chi la concede, tutte queste non sono forse delle contraddizioni nella Sua testimonianza?

Dopo aver letto a voce alta i passi controversi, quel servitore di Dio rispose:

 << Lei supponga di essere vissuto sulla terra al tempo in cui c’era anche Gesù, supponga di avergli sentito dire quelle contraddizioni e di avergli chiesto spiegazioni, forse Gesù le avrebbe risposto così: Ragazzo mio, che cosa importa se, allo scopo di liberarti dal peccato e dalla maledizione della legge, Io ho volontariamente posto da una parte la mia gloria eterna, ho voluto nascere di donna, e ho voluto essere sottoposto alla legge, ponendo il mio essere nei limiti della tua stessa natura? L’ho fatto per poter, in questa natura umana, offrire a Dio un sacrificio per il peccato, onde Egli potesse proclamare il perdono dei peccati di tutto il mondo. Dopo quanto ti ho detto non credi anche tu che non è più il caso di parlare di contraddizioni per quelle mie affermazioni? Io sono effettivamente uno col Padre  e chi ha visto me ha visti il Padre, ma per gli scopi del sacrificio ho volontariamente assunto una posizione inferiore, per poter prendere il tuo posto, e morire al posto tuo, e queste due cose non avrei mai potuto fare se non avessi preso una posizione inferiore, se non avessi cioè assunto la tua stessa natura. Ecco perchè alcune volte parlo della mia relazione eterna con Dio, e altre volte dei miei rapporti con Lui, come messaggero della proclamazione del patto di redenzione>>.

Dopo aver ascoltato con attenzione, il giovane studente tedesco disse, quasi parlando a se stesso: <<Sì, può darsi, ammetto che possa essere così, ma quando mai Gesù ha dato una spiegazione del genere? E’ questa la spiegazione della subordinazione di Cristo al Padre?>>.

Aprendo il Nuovo Testamento a Filippesi 2, quel servitore di Dio aggiunse:

 <<Sì, certo, questa è la spiegazione; qui infatti vediamo Paolo dare un grande ammaestramento sull’umiltà, esortando i Filippesi a prendere volontariamente una posizione di subordinazione gli uni verso gli altri, sebbene tutti potessero a ragione vantare diritti di uguaglianza, anzi Paolo rafforza le sue parole dicendo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non reputò rapina, cioè un tesoro da stringere con avidità, l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo, e diventando simile agli uomini, ed essendo trovato nell’esteriore come un uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce”>>.

Il giovane volle ripetutamente leggere il passo per conto suo, alla fine il suo cuore e la sua mente si aprirono alla verità: <<Si, il Figliuol di Dio non ha tenuto nessun conto di se stesso per me, ha assunto una natura come la mia ed è morto sulla croce per me!>>.

Quindi guardando il suo interlocutore, chiese: <<Cosa devo fare?>>.

<<Accetti Cristo, creda in Lui, e lo confessi come il suo Salvatore>>.

<<E’ proprio quello che devo fare?>>.

 Il servitore di Dio rispose aprendo la Bibbia in Romani 10:9; <<Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore, e se con il cuore avrai creduto che Dio lo ha risuscitato dai morti, tu sarai salvato>>.

L’intercessione di Cristo

Alcuni considerano l’opera di intercessione di Cristo in favore dei suoi, come un’attitudine che implica una Sua inferiorità nei confronti di Dio.

 Secondo costoro, Gesù non avrebbe nessuna necessità di rivolgere supplicazioni a Dio qualora fosse uguale a Lui.

Un simile quesito trova però la sua naturale risposta, ove si tenga presente che quest’opera di intercessione è la diretta conseguenza del fatto che Gesù è divenuto uomo.

Nella Scrittura infatti non troviamo un solo passo il quale dica che, prima di essere fatto carne, Gesù intercedesse così, ma essendo Egli in seguito stato trovato nell’esteriore simile a un uomo, avendo sofferto per il peccato ed essendo quindi nuovamente risorto, è entrato <<nel cielo stesso, per comparire ora davanti a Dio per noi>> (Ebrei 9:24).

Anzi la Scrittura ci ricorda continuamente che in cielo noi siamo rappresentati non da <<una gloriosa creatura spirito>>, ma da un uomo glorificato; Cristo Gesù uomo.

La Scrittura è esplicita nel definire <<Figliuol dell’uomo>> colui che Stefano vede alla destra di Dio (Atti 7:56) e che è <<il Figliuol dell’uomo>> colui che gli uomini vedranno <<venire sulle nuvole del cielo>> (Matteo 26:64), e così il nostro mediatore è (non era) <<Cristo Gesù uomo>> (1Timoteo 2:5).

L’intercessione è una parte della Sua opera di mediazione, e una diretta conseguenza della Sua sofferenza come uomo.

 Se Gesù non fosse diventato uomo non avrebbe mai potuto intercedere per noi come nostro Sommo Sacerdote. <<Perchè ogni sommo sacerdote, che sia preso di fra gli uomini, è costituito in favore degli uomini, nelle cose concernenti Dio…nello stesso modo anche Cristo…>> (Ebrei 5:1 e 5).

Infatti se Gesù può <<simpatizzare con noi nelle nostre infermità>> (Ebrei 4:15), ciò è dovuto unicamente al fatto che Egli è stato veramente uomo.

Si deve però mettere in rilievo il fatto che Gesù intercede per i suoi con la Sua sola presenza. <<Egli infatti non si prostra come un supplicante davanti alla santità di Dio; ma vi sta seduto quale Sacerdote sul suo trono (Zaccaria 6:13).

L’intercessione di Gesù consiste proprio nella Sua presenza costante davanti al Padre.

 <<Vivendo Egli sempre per intercedere>> (Ebrei 7:25), significa che la Sua esistenza alla presenza di Dio, nella piena validità della Sua persona e nella piena sufficienza della Sua opera di redenzione, costituisce di per se stessa una ininterrotta intercessione per i suoi.

Infatti Egli compare davanti a Dio <<per noi >> (Ebrei 9:24).

Abbiamo così visto la natura della intercessione di Cristo, e osservato che essa fa perno sulla Sua umanità, la quale a sua volta dipende da quell’avvenimento straordinario che è stato il passaggio dalla <<forma di Dio>> alla <<forma di servo>>.

Tutto questo, però, anzichè costituire per noi una ragione per sminuire la figura e la posizione di Gesù, dovrebbe al contrario indurci ad esaltare la grandezza della Sua grazia. <<Poichè voi conoscete la grazia del nostro Signor Gesù Cristo, il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro; affinchè mediante la Sua povertà voi poteste diventare ricchi>> (2Corinzi 8:9).

La subordinazione del Figlio al Padre

Vi sono alcuni passi della Scrittura che, secondo il parere di alcuni, affermano che il Figlio è inferiore al Padre.

Cristo stesso disse: << Il Padre è più grande di me>> (Giovanni 14:28),

 e ancora leggiamo che è detto di Cristo: <<Egli rimetterà il Regno nelle mani di Dio Padre…allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a Colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinchè Dio sia tutto in tutti>> (1Corinzi 15:24 a 28).

Possiamo noi dare a questi versetti tutta la piena considerazione che meritano, senza contraddire quello che abbiamo detto a proposito della divinità di Cristo?

Senza ombra di dubbio possiamo rispondere, sì.

La Scrittura ci aiuta a comprendere il mistero della subordinazione nella divinità, prendendo come esempio la subordinazione della donna all’uomo:

<<Il capo della donna è l’uomo, e il capo di Cristo è Dio>> (1Corinzi 11:3),

in altre parole, Dio è il capo di Cristo nel medesimo modo in cui l’uomo è il capo della donna, non si può dire che l’uomo è più essere umano della donna per il fatto che egli è il capo; e nemmeno possiamo dire che la donna è meno essere umano dell’uomo, per il fatto di essergli subordinata, la questione della subordinazione non tocca minimamente la questione dell’essenza.

Le cose stanno così anche riguardo alla divinità, infatti anche qui troviamo una perfetta uguaglianza nella essenza anche se c’è differenza di posizione.

Possiamo quindi dire che, anche se il Figliuolo è, e sempre sarà, subordinato al Padre, tuttavia Egli non è minimamente meno Dio del Padre, e se nella sostanza il Figliuolo è perfettamente uguale al Padre, pure, per quanto riguarda il Suo posto nella divinità, Egli può dire: <<Il Padre è più grande di me>> (Giovanni 14:28).

La Scrittura presenta Cristo come proceduto dal Padre (Giovanni 8:42 e 13:3), e noi possiamo raffigurarci tale verità in questo modo;

 il Padre è la fonte della divinità, mentre il Figlio ne è la manifestazione; nello stesso modo che nella corrente di un fiume si riversa tutta la potenza della sorgente, così in Cristo <<abita corporalmente tutta la pienezza della deità>> (Colossesi 2:9).

Nei Salmi leggiamo che <<Dio è sole>> (Salmo 84:11), ma di Cristo è detto che Egli è <<lo splendore della Sua Gloria>> (Ebrei 1:3).

Proprio la stessa cosa accade nel sole, il quale concentra e manifesta tutta la sua gloria nell’emanazione dei suoi raggi, se infatti il sole non avesse i raggi, cosa ne sapremmo noi della sua luce e del suo calore?

E similmente, come potrebbero gli uomini venire alla conoscenza della Gloria di Dio se non esistesse nella divinità colui che è lo splendore della Sua Gloria?

Così comprendiamo chiaramente che come i raggi del sole sono parte integrante del sole stesso, così ancora Cristo è appieno partecipe dell’essenza divina, e come è inconcepibile ammettere che il sole abbia potuto esistere anche per un solo istante senza i raggi, così neppure Dio è mai esistito senza Cristo.

La loro eternità è indissolubilmente legata.

 E se è vero che noi non potremmo mai dire che il sole prende origine dai suoi raggi, ma piuttosto che i raggi hanno origine nel sole, tuttavia essi coesistono, così, pur essendo un errore voler mettere Cristo al posto di Dio poichè Egli procede dal Padre, tuttavia Egli può dire in perfetta verità: <<Io e il Padre siamo uno>> (Giovanni 10:30).

Un solo Dio

Può darsi che per alcuni sia ancora difficile accettare questa verità riguardante Gesù di Nazaret, perchè secondo loro, riconoscere la divinità di Cristo, vuol dire riconoscere nella Deità l’esistenza di un’altra persona accanto a quella del Padre, venendo così a negare la peculiare unità di Dio così come ci viene presentata dalla Scrittura: <<L’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno>> (Deuteronomio 6:4 e Giacomo 2:19).

Gesù stesso ha citato questo passo, nonostante le Sue chiare e inequivocabili affermazioni in merito alla propria divinità, evidentemente quindi per Gesù le due cose non erano affatto in contraddizione fra loro, nè lo saranno per noi, quando intenderemo correttamente la natura dell’unità di Dio.

Coloro che credono nella divinità di Gesù non sono per nulla politeisti, essi credono in un solo Dio, in un solo Eterno, e naturalmente credono anche che l’unità di Dio è assoluta.

Tutto questo si trova nella Bibbia, tuttavia nella  Bibbia non si trova nessun passo che faccia pensare all’Eterno come a una sola persona. Infatti un’affermazione del genere sarebbe contraria a tutta la rivelazione biblica intorno alla natura di Dio.

Gesù dice: <<Io e il Padre siamo uno>>; ma non dice che siano una sola persona.

Quando la Scrittura parla di <<un solo Eterno>>, non parla di un “uno” unità semplice, ma di una unità composta, nello stesso modo cioè di quando parla dell’unione matrimoniale: <<i due saranno una sola carne>> (Matteo 19:5); e nessuno dice di pensare che l’uomo e la donna siano una persona sola.

 Inoltre la Bibbia si apre con le parole: <<Nel principio Elohim…>>, che è una parola plurale applicata a Dio, e serve da introduzione a quel misterioso versetto in cui troviamo un soliloquio di Dio, il quale conduce il dialogo con  se stesso in forma plurale:

 <<Facciamo l’uomo a nostra immagine>> (Genesi 1:26), perchè <<facciamo>> e perchè <<nostra>>?

Come si fa a mettere d’accordo l’espressione <<nostra immagine>> con le parole del versetto seguente: <<Dio creò l’uomo a Sua propria immagine>>?

Parlando dell’albero proibito, il serpente disse:

 <<Nel giorno che ne mangerete, sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male>>, e dopo che essi ne ebbero mangiato il frutto, l’Eterno disse: <<Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male>> (Genesi 3:5 e 22).

Questi passi sono inspiegabili, se esaminati dal punto di vista unitariano che insiste sul concetto di un Dio persona singola, l’espressione “Dio è amore”, è senza dubbio una delle affermazioni più dense di significato con le quali la Bibbia si riferisce alla natura di Dio, e infatti Dio è effettivamente amore da prima ancora che il tempo avesse inizio, da prima ancora che desse origine a una qualsiasi forma di creazione.

Ma può l’amore sussistere isolato?

No, certo, come appunto ebbe a dire Agostino, con la frase seguente, sulla quale richiamo l’attenzione del lettore: <<Se Dio è amore, vuol dire che in Lui ci deve essere Uno che ama, Uno che è amato, e un Spirito d’amore>>.

Una volta un credente diede una copia del Vangelo di Giovanni ad un mussulmano che era studente in legge, cercando di interessarlo, ma costui glielo riportò dicendo: <<Questo libro parla di un tale che viene chiamato “la Parola di Dio”, e dice che Egli era con Dio e nel medesimo tempo era Dio stesso. Ma come può una persona essere con se stessa?>>.

Il credente gli rispose: <<Poniamo che nè lei nè il suo professore sappiano risolvere un problema di matematica, questa vostra incapacità chiarisce almeno una cosa, e cioè che nè lei nè il suo professore hanno inventato quel problema. Ora la domanda che lei mi ha fatto è appunto un problema, non di matematica, ma di teologia; il problema dell’essere e della natura della trinità di Dio. Migliaia dei più profondi cervelli hanno per secoli cercato di penetrare questo mistero, senza tuttavia riuscire a spiegarlo. Chi lo ha inventato dunque? L’uomo può spiegare ciò che è stato inventato da un suo simile, ma se non si può spiegare una cosa, vuol dire che quella cosa non è stata inventata. Deve trattarsi di una rivelazione>>. Sarà superfluo aggiungere che lo studente non trovò risposta a quelle parole.

Alcuni disdegnano la dottrina della trinità per il solo fatto che è un mistero, ciò significa che per costoro Dio non presenta alcun mistero; per loro tutto è semplice. Si direbbe che adorano un Dio che essi possono facilmente racchiudere entro i ristretti confini della loro comprensione.

<<Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? Arrivare a conoscere appieno l’Onnipotente? Si tratta di cose più alte del cielo; e tu che che faresti? Di cose più profonde del soggiorno dei morti; come le conosceresti?>> (Giobbe 11:7,8).

Dateci “un dio” che possiamo capire e spiegare, e il cui essere infinito non sia più avvolto nel mistero, e noi ci rifiuteremo di adorare un simile parto della vostra mente limitata, e dai suoi luoghi santi il Dio del cielo tuonerà:

<<Tu hai pensato che io fossi del tutto come te; ma Io ti riprenderò>> (Salmo 50:21).

Conclusione

Avanti la prima venuta di Cristo, gli uomini potevano ancora dissimulare il loro vero atteggiamento verso l’Onnipotente, blandamente professando la loro devozione verso un Dio invisibile e intangibile. Infatti la loro concezione di Dio era spesso vaga, confusa e incerta.

 Ma quando nella pienezza dei tempi <<Dio mandò il Suo Figliuolo, nato di donna>>, allora ciò che era invisibile divenne visibile, ciò che era intangibile divenne carne che gli uomini poterono toccare, trattare (1Giovanni 1:1) o, a scelta, anche maltrattare;

 Dio, che è Spirito, si era fatto carne nella persona del Suo Figliuolo, il quale era << l’essenza della Sua sostanza>>, cioè la raffigurazione esatta della personalità di Dio. Egli dimorò in mezzo agli uomini di quel tempo, essi non lo conobbero, ma Egli si rivelò loro con potenza, dichiarando:

 <<Chi ha visto me ha visto il Padre>> (Giovanni 14:9).

 Da quel momento gli uomini non hanno potuto più mascherare i propri veri sentimenti per il loro Dio e Creatore dietro una vaga professione di un amore e di una fede in Lui.

 Dio aveva messo l’uomo alle strette, e da quel momento in avanti l’atteggiamento di ogni uomo verso Dio è infallibilmente rivelato dalla posizione presa nei confronti di Gesù Cristo uomo.

 Questa fondamentale verità viene ripetutamente sottolineata negli scritti dell’apostolo Giovanni.

 Se conoscete Cristo, conoscete anche il Padre (Giovanni 8:19 e 14:7);

 chi crede in Cristo, crede anche in Colui che lo ha mandato (Giovanni 12:44);

 se confessate il Figliuolo, avete anche il Padre (1Giovanni 2:23).

E, al contrario, se non onorate il Figliuolo, non onorate il Padre (Giovanni 5:23);

se negate il Figlio, non avete il Padre; se odiate il Figlio, odiate anche il Padre (Giovanni 15:23).

E’ quindi moralmente e spiritualmente impossibile avere verso Dio un atteggiamento diverso da quello che si ha verso Cristo.

 Non si può ammettere la divinità del Padre e negare quella del Figliuolo; perchè negare la divinità del Figliuolo vuol dire negare quella del Padre.

 Vi piaccia o no, lo crediate o meno, il vostro atteggiamento verso Dio, la risposta che darete a tale domanda deciderà il destino della vostra anima.

 Ascoltate le solenni parole di Gesù stesso: <<Se non credete che Io sono il Cristo, morirete nei vostri peccati>> (Giovanni 8:24).

Cosa ne pensi di Cristo? Questa domanda ti prova,

 e tutto il tuo stato, presente e futuro, essa rivela.

Tu non puoi essere a posto in tutto il resto della tua vita,

 se di fronte a Lui non hai preso il giusto posto.

 Secondo come tu consideri il Signore Gesù,

ed Egli è da te amato o no,

 tale verso di te è la disposizione di Dio,

 la Sua misericordia, o l’ira Sua sono sopra di te.

 Alcuni dicono di Lui, che è un uomo,

 un grande uomo, un angelo, al più.

 Ma essi non sentono quello che io ho sentito,

 e non sanno quanto miserabili e perduti essi sono.

 Ma io lo vidi, quando colpevole senza speranza io ero,

 e se la fede riposi nel Suo sangue,

 e nella Sua protezione mi confidai,

 fu, perchè ebbi certezza nel mio cuore, che Egli è Dio.

 John Newton

Un qualsiasi schema dottrinale, che neghi tanto la perfetta natura divina come la piena natura umana del Figliuolo di Dio, è una fede senza fondamento, e si deve diffidare dei suoi principi.

Appendice

Ecco un elenco di alcuni passi dell’Antico Testamento relativi a Dio, che nel Nuovo Testamento vengono invece applicati a Gesù:

Isaia 40:3 e 4. <<La voce di uno grida: Preparate nel deserto la via dell’Eterno, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio>>.

 Matteo 3:1 a 3. <<Giovanni il Battista…di lui parlò il profeta Isaia quando disse: C’è la voce di uno che grida nel deserto; preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri>>.

Luca 1:76. <<E tu, piccolo fanciullo (Giovanni il Battista), sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perchè andrai davanti alla faccia del Signore (Cristo), per preparare le Sue vie>>.

Geremia 11:2o. <<O Eterno degli eserciti, tu scruti le reni e il cuore>>.

 Geremia 17:10. <<Io, l’Eterno, investigo il cuore, e metto alla prova le reni>>.

 Apocalisse 2: 18 a 23. <<Queste cose dice il Figliuol di Dio… Io sono colui che investigo le reni e il cuore>>.

Isaia 60:19. <<Sarà l’Eterno la tua luce perpetua, sarà il tuo Dio la tua gloria>>.

 Luca 2:30 a 32. (Simeone parla di Gesù in fasce) <<I miei occhi hanno veduto la tua salvezza, che hai preparata a tutti i popoli; per essere luce da illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele>>.

Isaia 8:13 e 14. <<L’Eterno degli eserciti sarà anche una pietra d’intoppo, un sasso d’inciampo>>.

 1Pietro 2:7 e 8. <<Ma per gl’increduli, (Cristo è) una pietra d’inciampo e un sasso d’intoppo>>.

Isaia 45:22 e 23. <<Io sono Dio, e non v’è nessun altro. Per me stesso Io l’ho giurato; è uscita dalla mia bocca una parola di giustizia e non sarà revocata; e ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ogni lingua mi presterà giuramento>>.

 Filippesi 2:10 e 11. <<Nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio, e ogni lingua confessi che Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre>>.

Zaccaria 12:10. <<Io, l’Eterno, spanderò sulla casa di Davide lo spirito di grazia e di supplicazione; ed essi riguarderanno a me, colui che hanno trafitto>>.

Giovanni 19:34 a 37. <<Uno dei soldati gli forò il costato con una lancia…E questo è avvenuto affinchè si adempisse la Scrittura: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto>>.

Malachia 3:1. <<Ecco, Io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me; e subito il Signore, che voi bramate, entrerà nel suo tempio>>.

 Matteo 11:10. <<Egli (Giovanni il Battista) è colui del quale è scritto: Ecco, Io mando il mio messaggero davanti al tuo cospetto, che preparerà la via dinnanzi a te>>.

Genesi 14:19. <<L’Iddio altissimo, padrone dei cieli e della terra>>.

Deuteronomio 10:14. <<All’Eterno tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene>>.

 Giovanni 3:35. <<Il Padre ama il Figliuolo, e Gli ha dato ogni cosa in mano>>.

Atti 10:36. <<Gesù Cristo è il Signore di tutti>>.

“Tutto é compiuto”

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